giovedì 12 gennaio 2023

L' EUCALIPTO DEGLUPTA ( EUCALIPTO ARCOBALENO)

 La pianta di Eucalyptus deglupta (Eucalipto arcobaleno) è un albero maestoso originario delle foreste pluviali del sud est Asiatico (Filippine, Indonesia, Hawaii). In natura cresce molto velocemente raggiungendo i 70 metri di altezza, ma è solo crescendo, che la corteccia si fessura con la particolare caratteristica di possedere venature colorate, che si intersecano tra di loro nei toni blu, viola, rosa, giallo, azzurro, rosso, marrone e grigio, creando effetti cromatici unici. Raggiunge il suo massimo splendore con il passare del tempo, in età giovanile presenta un fusto di colore chiaro ed omogeneo. Ama l’umidità delle foreste sub-tropicali e necessita di molta acqua per potersi sviluppare. La coltivazione nei nostri climi è molto difficile. Tenere riparato dai venti intensi. Temperatura minima: 5 °C.

Nel tardo inverno, durante il riposo vegetativo, oppure dopo la fioritura, tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, eliminare i rami incrociati, deboli o disordinati per mantenere una forma sana e duratura.

Va bagnata con grande regolarità sia che viva in giardino sia in vaso.

Dal punto di vista botanico, l’Eucalipto Arcobaleno è un tipico albero tropicale, che non sopporta il freddo intenso e che ama l’umidità delle foreste tropicali e, per questo, è facile trovarlo lungo le rive dei fiumi, differenziandosi, in questo caso, dalla maggior parte degli Eucalipti che invece non amano l’umidità.


L’Eucalipto Arcobaleno ama le esposizioni soleggiate e necessita di avere a disposizione molto acqua, in modo da crescere velocemente e da mantenere la sua vegetazione tutto l’anno; in situazioni climatiche adatte, l’Eucalipto Arcobaleno è anche in grado di produrre dei vaporosi fiori bianchi; si riproduce per semina e i suoi semi sono acquistabili online nel sito dedicato propri all’Eucalyptus deglupta.







lunedì 9 gennaio 2023

IL CALICANTO (Chimonanthus praecox)

 Il calicanto è un arbusto di origine nord americana, che mostra particolari infiorescenze profumate all'inizio della primavera ma che fiorisce anche durante la stagione invernale!

I calicanti sono arbusti di dimensioni medie, a foglie caduche, originari della Cina; in effetti il nome comune si riferisce a pianta che appartengono al genere delle calycanthacee, ma la cui specie si chiama Chimonanthus. Le specie di chimonanthus esistenti in natura sono poche, e in particolare solo una, chimonanthus praecox, viene coltivata in Italia. Produce un arbusto disordinato, con vari fusti eretti, ben ramificati, che danno origine ad una vegetazione densa ed intricata; le foglie appaiono in primavera, dopo o durante la fioritura, e sono allungate, molto simili a quelle di un pesco o di un salice, lanceolate, di colore verde medio. La caratteristica peculiare del calicanto sono sicuramente i fiori, che sbocciano in pieno inverno, in febbraio o marzo, indipendentemente dalle condizioni climatiche, e ben prima che la pianta abbia cominciato a produrre le foglie; il risultato è un arbusto all’apparenza secco, completamente ricoperto da fiorellini molto profumati. I fiori sbocciano dal legno vecchio, senza picciolo; sono dotati di petali allungati, cerosi, di colore bianco o giallo.

Arbusto decorativo, molto rustico e resistente, che sopravvive senza problemi agli inverni del nord Italia, senza temere il gelo e la neve; produce fiorellini gialli o bianchi, molto profumati. In primavera inoltrata si riempie di foglie, anche se senza i fiori diviene un arbusto abbastanza anonimo, senza particolari decorativi; il portamento eretto e le ramificazioni intrecciate lo rendono adatto anche per creare siepi, nonostante perda il fogliame nei mesi invernali. Pianta di facile coltivazione, una volta assestatasi in giardino tende ad accontentarsi dell’acqua delle intemperie e a non necessitare di particolari cure. La potatura si effettua in primavera, dopo che i fiori sono appassiti.

Il successo dei chimonanthus praecox in giardino è dovuto essenzialmente al fatto che, nonostante provengano da luoghi così lontani, sopravvivono senza problemi al freddo invernale, ed anche al caldo estivo; si pongono a dimora in luogo soleggiato, o anche semiombreggiato, in un terreno fresco e molto ben drenato, acido o alcalino, senza che questo causi grandi disagi alla pianta. Non appena posti a dimora, almeno nel primo anno di sviluppo della giovane pianta, è consigliabile annaffiare il terreno attorno al fusto, ogni volta che risulta asciutto; in primavera ed in autunno spargiamo ai piedi dell’arbusto del concime granulare a lenta cessione, ricco di microelementi. Negli anni successivi, una volta che la pianta si sia ben adattata alla vita nel nostro giardino, possiamo annaffiare anche solo sporadicamente, quando si verificano periodi di grande caldo, associato ala siccità. Le potature non sono strettamente necessarie, si effettuano in caso di piante molto sviluppate, o dal portamento eccessivamente allungato. In genere questi arbusti non si svuotano mai nella parte bassa, in quanto le radici continuano a produrre nuovi polloni basali, che tendono a mantenere l’arbusto denso per tutta la sua lunghezza.

Gli afidi affliggono spessissimo i giovani germogli, che possono venire devastati da questi insetti; già in primavera è importante cercare di debellare le colonie di afidi, in modo da evitare che si riproducano rapidamente, diffondendosi in tutto il giardino. Eccessi di annaffiature, o la vita in un terreno spesso inzuppato di acqua, può causare marciumi alle radici, che possono portare alla morte improvvisa di interi rami; in genere, la sospensione delle annaffiature risolve il problema. Generalmente però, i calicanti vengono abbandonati a se stessi, e quindi difficilmente si verificano piogge tanto intense da mantenere il terreno sempre zuppo. Occasionalmente può capitare che alcuni rami vengano rovinati dal caldo estivo, è sufficiente rimuoverli ed annaffiare la chioma, in modo da aumentare l’umidità ambientale, e scongiurare che si affloscino le foglie. Tali operazioni andranno effettuate nelle prime ore del mattino, per evitare che l’acqua sulle foglie, nelle giornate di forte caldo, e di forte insolazione, favorisca lo svilupparsi di scottature.

Gli innumerevoli fiori del calicanto si trasformano in capsule semi legnose, che contengono i semi; tali semi vanno seminati a inizio primavera in un terriccio costituito da sabbia e torba in parti uguali; il vassoio di semina può venire lasciato all’aperto, perché i semi necessitano di alcune settimane di clima fresco per poter germinare; è però importante che il terriccio venga mantenuto umido, e che i semi non vengano seccati dalla luce solare diretta. Si possono anche produrre talee, in primavera inoltrata o in estate, utilizzando gli apici dei rami, a cui si levano le foglie nella parte bassa. Le piante ottenute da talea o da seme si sviluppano abbastanza rapidamente, e da una giovane pianticella possiamo ottenere un grande arbusto ben sviluppato nell’arco di un paio di anni.

Il significato del fiore di calicanto ha origine da una leggenda molto carina che si è tramandata fra gli appassionati di piante di generazione in generazione. In un freddo inverno dove la neve cadeva copiosa e ricopriva tutta la vegetazione, un timido pettirosso cercava riposo sotto la protezione di qualcosa che potesse ripararlo dalla neve che continuava a cadere. Il pettirosso girò per giorni e giorni senza trovare una foglia o un fiore sotto il quale trovare ristoro, finchè ad un certo punto incontro il magico fiore del calicanto. Il calicanto, pianta che fiorisce in inverno, era l'unica specie in grado di proteggere il pettirosso e con i suoi bellissimi petali offri riparo all'uccellino infreddolito. Da questo istante il calicanto divenne il fiore simbolo dell'affetto e della protezione ed è un fiore che si regala per comunicare a qualcuno la voglia di offrire protezione. Un bel gesto per donare ad una persona la propria volontà di proteggerla può essere il donare un rametto di calicanto.





domenica 8 gennaio 2023

L'ACERO GIAPPONESE SANGO KAKU

 La pianta di Acer palmatum “Sango-kaku” o Senkaki, è un arbusto deciduo, appartenente alla famiglia delle Sapindaceae ed originario dell’estremo Oriente, comunemente chiamato Acero giapponese. Varietà caratterizzata dal colore rosso corallo vivo dei suoi giovani rami, nella stagione invernale, da qui il significato del suo nome: “torre di corallo”.

Portamento eretto di medio sviluppo e crescita lenta. Fiori di colore rosso cremisi, sono riuniti in piccoli grappoli che fioriscono in estate, bellissimo fogliame ornamentale, con grandi foglie palmate che in autunno assumono una colorazione giallo dorato-albicocca fino al rosso, in primavera verde pallido con margine di colore arancio. Pianta rustica resistente al freddo (fino a -15° C), predilige terreni ricchi e ben drenati. Non richiede molto spazio e può essere sistemata anche in zone d’angolo a mezz’ombra. 

Coltivata come pianta ornamentale, singola o in gruppi, è ideale in grandi parchi e piccoli giardini, si adatta alla coltivazione in vasi e fioriere.







venerdì 6 gennaio 2023

LA BOSWELLIA SERRATA

 La Boswellia serrata o albero dell'incenso è una pianta arborea diffusa prevalentemente nella regione Magrebina, nel Sud-Est Asiatico e nel territorio indiano.Da sempre, la boswellia rappresenta un elemento fondamentale della tradizione medicinale Ayurvedica, ma negli ultimi 40 anni è stata presa in esame anche dalla medicina occidentale.

Nonostante i primi approfondimenti documentati in letteratura risalgano agli inizi degli anni '70, lo studio della Boswellia serrata e delle sue potenzialità terapeutiche per la medicina convenzionale si è intensificato a partire dagli anni '90; ciò ha permesso di identificare e caratterizzare i principi attivi responsabili delle sue varie azioni biologiche, osservate in anni di sperimentazione animale.

Nel settore manifatturiero, l'olio di resina e gli estratti vengono utilizzati per produrre saponi, cosmetici, alimenti e bevande.

L'olio essenziale, estratto dalla resina trasudata dalla corteccia di questo albero, è ricco di numerosi acidi triterpenici pentaciclici (principi attivi). tra cui il più caratteristico è l'acido acetil-11-cheto-beta-boswellico (AKBA), su cui oggi si focalizza la maggior parte degli studi.

il termine Boswellia è dedicato al biologo scozzese John Boswell (1710-1780). Mentre “serrata” sembra derivi da “serra sega” in riferimento al margine seghettato delle foglie. Durante i riti religiosi si brucia la resina di Boswellia (incenso) in quanto sarebbe in grado di favorire la meditazione e la preghiera.

La Boswellia sacra è un albero deciduo alto da 2 ad 8 metri, con uno o più tronchi che si ramificano a breve altezza dal suolo, assumendo la forma di un cono rovesciato; nelle piante molto vecchie i rami si allargano, quasi adagiandosi al suolo per cui la chioma assume una forma emisferica.

Le foglie sono imparipennate, composte con 6-8 paia di piccole foglie sessili disposte su 2 file, con il margine ondulato.Cresce in foreste decidue tropicali secche fino ad un’altezza di 1150 metri.

I fiori sono piccoli (8 mm), in infiorescenze racemose. Presentano un calice verde penta-dentato e una corolla a 5 petali bianchi, 1 pistillo e 10 stami.

Il frutto si presenta come una capsula obovoide dall’apice acuto, con 3-5 valve, ognuna delle quali contiene un seme.

La gommoresina di Boswellia serrata fa parte della Farmacopea indiana e cinese in cui viene utilizzata come antiossidante e antinfiammatorio naturale per trattare stati infiammatori a carico dell’apparato muscolo-scheletrico, delle vie respiratorie (asma) e nelle affezioni cutanee (dermatiti, psoriasi, ecc).







giovedì 5 gennaio 2023

LA CAMELIA SINENSIS (LA PIANTA DEL TÈ)

 Il termine generico Camellia fu dato nel 1735 da Linneo, con ogni probabilità in ricordo del gesuita moravico George Joseph Kamel per i suoi meriti in campo naturalistico; l'epiteto specifico sinensis fu dato sempre da Linneo in allusione alla zona di provenienza di questa specie, che è appunto la Cina.

Arbusto sempreverde che può raggiungere le dimensioni di un piccolo albero (4-6 m), a portamento espanso in esemplari annosi. Foglie alterne di 4,5-9 x 2-3,5 cm, portate da un corto picciolo (3-8 mm), ellittiche, ad apice ottuso; sono inoltre cuneate alla base, a margine gros­solanamente dentato o sinuoso-dentato e con denti ricurvi e nerastri all'apice. Di colore verde tenero e lucide da giovani, diventano poi più scure e coriacee, men­tre la pagina inferiore è sempre più chiara, pubescente.

I fiori, ascellari, si presentano solitari od a gruppi di 2-3; essi sono por­tati da corti peduncoli (8-12 mm), ricurvi verso il basso. Il calice, sorretto da due bratteole precocemente caduche, è costituito da 5-6 sepali, piccoli (4-6 mm), pelosi, ineguali e spesso persistenti anche alla fruttificazione.


La corolla è composta da 7-8 petali di colore bianco crema, ognuno dei quali di forma obovata e concava verso l'interno, di circa 2x2,5 cm. L'apparato sessuale maschile (androceo) è costituito da numerosi stami, riuniti alla base (monadelfi) , con filamento biancastro (15 mm) ed antere di un bel giallo-oro. L'apparato sessuale femminile (gineceo) è rappresentato da un ovario, densamen­te ricoperto di peluria bianca (tomentoso) e sormontato da un corto stilo (10 mm) con stimma trifido.

La fioritura ha luogo, nei nostri climi, in momenti assai differenti, spaziando da periodi tardo-autunnali o invernali in zone particolarmente favorite, ad altri autunnali o primaverili in zone più fredde; i fiori emanano un profumo pia­cevole e delicato.

I frutti sono capsule legnose tricocche, deiscenti a maturità, di 15-20 mm, inizialmente verdi poi rossastro-marroni a maturità, contenenti general­ mente 1 o 2 semi ovali (1-1,5 x 0,8-1).

La Camellia sinensis O. Kuntze var. assamica (Mast.) Kitam. è di dimensioni maggiori (fino a 12-17 m), con foglie più grandi (8-15x3,5-6 cm), largamente ellittiche, con apice acuminato e margini da largamente dentati a den­ticolati; sono infine glabre o con peluria persistente sulle nervature principali nella pagina inferiore. Fiori simili a quelli della varietà tipica.

La camelia da tè (Camellia sinensis (L.) O. Kuntze var. si­nensis) è di origine abbastanza oscura, ma sembra ormai appurata la sua autoc­tonicità nell'Ovest della Cina (S.E. Tibet, Yunnan, Guizhou, Hunan e Sichuan); da tempo è ormai largamente coltivata in tutto il mondo.

Una delle prime camelie da tè venute in Europa fu di Linneo, che la ebbe dal capitano Eckbert nel 1763 e la coltivò nell'Orto Botanico di Uppsala.

La Camellia sinensis O. Kuntze var. assamica (Mast.) Kitam. è una varietà scoperta assai più recentemente allo stato spontaneo prima nell' Assam (1835), poi nel Burma, in Indocina, nel N. India ed in Tailandia.

 Il procedimento di lavorazione delle foglie del tè rappresenta il fattore più rilevante per la differenziazione del prodotto finito. Per tale motivo, tutti i sistemi di classificazione suddividono i tè in grandi famiglie, all'interno delle quali vengono raggruppate le varietà che condividono determinate fasi del processo di lavorazione e, conseguentemente, presentano alcune caratteristiche comuni.

La distinzione più semplice (recepita anche dalla classificazione doganale) è quella tra tè "fermenentati" (neri) e tè "non fermentati" (verdi) , ovvero i tè le cui foglie vengono lasciate ossidare e diventare di colore bruno e quelli le cui foglie vengono trattate con il calore per impedire tale ossidazione e restano di tono verde. Si riconosce poi una terza categoria, quella dei tè "parzialmente fermentati" o "semifermentati", ovvero i tè che presentano un grado di ossidazione intermedio tra i verdi e i neri.

Di fatto la differenziazione dei tè sulla base dei sistemi di lavorazione e delle loro peculiarità è più complessa e richiede una nomenclatura più articolata e rispettosa di tali differenze.

In Cina, paese che produce la maggior quantità e varietà di tè, oggi si utilizza un sistema di classificazione messo a punto nel 1979 dal Prof. Chen Chuan dell'Istituto di Agricoltura della Provincia dello Anhui. Tale sistema distingue sei differenti modi di trattare le foglie di tè dopo la raccolta, ai quali si aggiungono gli eventuali successivi processi di rilavorazione ed elaborazione del prodotto. Le sei tipologie di tè di base (liu da jiben chalei 六大基本茶类) sono identificate con il colore del prodotto secco o dell'infuso: 

Nome cineseTraduzione letteraleNomenclatura italiana corrente
Lücha 绿茶Tè verdeTè verde
Huangcha 黄茶Tè gialloTè giallo"
Heicha 黑茶Tè "nero"Tè Pu-erh o tè postfermentato
Baicha 白茶Tè biancoTè bianco
Qingcha 青茶Tè "verdazzurro" o "blu" oolong o tè semifermentato
Hongcha 红茶Tè "rosso"Tè nero


Questa classificazione oggi è lo standard adottato in Cina ed è generalmente accettata e largamente diffusa anche al di fuori di tale paese. Tuttavia, l'impiego in italiano della traduzione letterale dei nomi cinesi di alcune delle tipologie sopra indicate interferisce con la tassonomia consolidata nel mercato internazionale e potrebbe generare inutili equivoci.

 

Di seguito viene esposta la classificazione delle sei tipologie fondamentali di tè con una nomenclatura coerente con quella già in uso nel nostro paese. Di ogni tipologia viene data una definizione che identifica le fasi caratterizzanti della lavorazione, seguita da alcune note sulla terminologia adottata.

Tè verde
Tè stabilizzato dopo la raccolta senza essere sottoposto a ossidazione

In inglese green tea, identico al termine cinese lücha 绿茶 (tè verde). La stabilizzazione (in inglese fixation, in cinese shaqing 杀青) è il processo termico che inibisce gli enzimi responsabili dell'ossidazione e permette alle foglie di mantenere il loro colore verde. Può essere eseguita con calore secco (tostatura) come nel caso dei tè verdi cinesi, oppure calore umido (vaporizzatura) come nel caso dei tè verdi prodotti in Giappone e in diversi altri paesi. l tè verde viene anche definito tè "non fermentato", in cinese bu fajiao cha 不发酵茶.






Tè nero
Tè fatto ossidare completamente dopo la raccolta

In inglese black tea, chiamato in cinese hongcha 红茶 (tè rosso; in giapponese kōcha). Il termine inglese si riferisce al colore delle foglie e il suo uso storicamente precede il cinese hongcha, verosimilmente riferito al colore dell'infuso. L'equivalenza tra i due termini è attestata dai maggiori dizionari sul tè e dalle tabelle doganali cinesi. L'impiego in italiano del termine “tè rosso” per indicare questa tipologia è sconsigliato perché contrasta con la nomenclatura merceologica corrente e può generare confusione [è opportuno considerare anche la confusione dovuta all'impiego molto diffuso - per quanto improprio - del termine “tè rosso” per indicare il Rooibos (Aspalathus linearis)]. Il tè nero viene anche definito tè "completamente fermentato", in cinese quan fajiao cha 全发酵茶.

Tè oolong
Tè stabilizzato dopo essere stato sottoposto a una parziale ossidazione

In inglese oolong tea, deriva da wulong cha 乌龙茶 (tè drago nero), termine usato in Cina assieme a qingcha 青茶 (tè “verdazzuro”, "blu") per indicare questa tipologia. I tè oolong possono essere estremamente diversi tra loro a seconda del grado di ossidazione e dell'eventuale torrefazione finale. L'uso del termine oolong è consolidato da molto tempo nel commercio internazionale. L'impiego della grafia wulong o di calchi del termine cinese qingcha non è errato ma può generare confusione. Il tè oolong viene anche definito tè "semifermentato", in cinese ban fajiao cha 半发酵茶.

Tè bianco
Tè fatto appassire all'aria dopo la raccolta

In inglese white tea, dal cinese baicha 白茶 (tè bianco). Prodotti solo in alcune aree della Cina con cultivar particolari e, da alcuni anni, anche in altri paesi. Il nome è attribuibile al colore argenteo delle pubescenze sulle gemme di alcuni di questi tè. L'appartenenza a tale tipologia è determinata dal modo di lavorazione e non dal tipo di materia prima. Il tè bianco è leggermente (parzialmente) ossidato.

Tè giallo
Tè stabilizzato e lasciato riposare con il calore e l'umidità residue

In inglese yellow tea, dal cinese huangcha 黄茶 (tè giallo). Si tratta di una variazione della lavorazione dei tè verdi con l'aggiunta una fase di "ingiallimento" (menhuang 闷黄). Nominalmente è un tè leggermente postfermentato, ma spesso presenta un grado di ossidazione molto basso. La produzione è limitata ad alcune aree della Cina.

Tè postfermentato
Tè stabilizzato e successivamente sottoposto a fermentazione

In inglese post-fermented teadark (green) tea, Pu-erh tea. Nella classificazione cinese viene chiamato heicha 黑茶 (tè nero), in riferimento al colore cupo delle foglie e dell'infuso, Il terminee hou fajiao cha 后发酵茶 (tè postfermentato) si riferisce al processo di fermentazione-ossidazione indotta dal calore e dall'umidità dopo la fase di stabilizzazione, diversa dall'ossidazione enzimatica (comunemente chiamata "fermentazione") usata nella produzione dei tè neri, oolong e bianchi. La denominazione Pu-erh o Pu-er prende il nome da Pu'er 普洱, città al centro di una delle maggiori aree di produzione di questi tè. Seppure molto diffusa nella stessa Cina è impropria in quanto non tutti i tè di Pu'er sono classificabili come postfermentati. L'uso in italiano del termine “tè nero” (traduzione letterale del cinese heicha) è fortemente sconsigliato in quanto motivo di possibile confusione con la tipologia dei tè neri sopra descritta. Ugualmente risulta motivo di grande confusione e priva di fondamento la dicitura "tè rosso " adottata da alcuni importatori.

Anche in Italia esiste una piantagione di tè, si trova vicino a Lucca, dove le condizioni sono ideali per la coltivazione della Camellia sinensis. Ne deriva un prodotto di nicchia e di altissima qualità.

Un tempo all’Antica Chiusa Borrini - proprietà dell’omonima famiglia nel paese di Sant’Andrea di Compito, Lucca - crescevano vigneti e frutteti. Il viale che portava alla cappella all’interno della proprietà era però fiancheggiato da piante di camelie secolari, andate distrutte durante le guerre. Ma la storia della famiglia Borrini si è incrociata spesso nel tempo con quella delle camelie. Angelo Borrini, medico oculista a metà dell’800 del duca di Lucca, Carlo Ludovico di Borbone, le coltivava nel Compitese per motivi politici, essendo quel fiore all’occhiello un simbolo dei circoli liberali e carbonari di cui faceva segretamente parte. Negli anni ‘40 del ventesimo secolo, invece, si ha notizia di alcuni avventurosi Borrini impegnati a coltivare tè in India, nella regione di Assam, per conto degli inglesi.

Dal 1990 poi, le camelie sono tornate assolute protagoniste in Lucchesia grazie a un visionario e appassionato agronomo discendente per parte di madre dei Borrini - Guido Cattolica - che ha dato vita all’unica piantagione attiva di tè in Italia nonché una delle tre in Europa, oltre a quella nelle Azzorre e alla piccola coltivazione sul Monte Verità nel Canton Ticino. Cattolica ha lavorato presso l’Orto Botanico di Lucca dal ’75 al ’90 e fu proprio lì che si imbatté in due esemplari di Camellia sinensis - la specie le cui foglie e germogli sono utilizzati per produrre il tè. Da non confondere con la japonica, ornamentale - provenienti dall’Inghilterra, capaci di resistere fino a temperature intorno ai 12 gradi sottozero e sopravvissute alla storica gelata del 1985. Dai semi di quelle piante, Cattolica nel 1987 creò il suo camelieto, complice un terreno acido, friabile, l’alta piovosità e la disponibilità di ombra che caratterizzano la zona e la rendono ideale per la pianta.


Oggi la piantagione è costituita da 2.500 esemplari, divisi in 5 giardini di tè per una produzione davvero di nicchia, fra i 15 e i 18 kg all’anno, quasi tutta venduta in loco. Le tipologie prodotte sono quattro: tè bianco, tè verde, tè oolong, tè nero, oltre a qualche sperimentazione nel corso degli anni negli shented, gli aromatizzati. Il periodo di raccolta delle foglie - manuale ed eseguita in pochissimi raccoglitori selezionati guidati da Cattolica - comincia a maggio alle nostre latitudini e procede in diversi flussi di lavoro fino a luglio. Dalla mandata primaverile si ottengono le prime gemme, destinate al pregiato tè bianco - l’unico a vantare una sorta di cru, essendoci alcune piante specifiche da cui lo si ricava - e al tè verde. Le raccolte successive sono destinate al tè che sarà oolong e nero.


La lavorazione è casalinga e prevede le classiche fasi di appassimento delle foglie, di stabilizzazione a calore secco (alla maniera cinese) e rollatura - ma non per il tè bianco, che deve risultare privo di ossidazione - con alcuni segreti di famiglia custoditi e non svelati, naturalmente. Il tè va quindi bevuto in purezza, per apprezzarne le sfumature peculiari, ponendo particolare attenzione alla qualità dell’acqua, che deve idealmente essere acida «proprio come quella di Sant’Andrea di Compito», chiosa orgoglioso Cattolica.Dal fiore alla tazza, le camelie da tè lucchesi - che hanno come compagne anche 100 diversi ibridi ornamentali creati da Guido - stanno lì anno dopo anno, coperte in estate per evitare il caldo eccessivo e scoperte in inverno, quando sono pienamente a loro agio con le basse temperature.









lunedì 2 gennaio 2023

IL CEDRO DEL LIBANO

 Il cedro del Libano è una specie appartenente alla famiglia Pinacee. Migliaia di anni fa estesi boschi di questo albero ricoprivano i pendii montuosi di tutto il Vicino Oriente; oggi nella sua zona di origine nella catena del Monte Libano e nella valle dei cedri a Cipro sopravvivono solo poche centinaia di esemplari. Il termine Cedrus deriva dal greco kédros, il quale identifica diverse piante dall'inteso profumo di resina. La parola Libani fa invece chiaro riferimento alla zona di origine, vale a dire la catena del monte Libano.

Rinomato soprattutto per il suo legname e per la sua bellezza, il cedro del Libano è un albero maestoso e spettacolare, entrato nella rappresentazione simbolica, soprattutto nei riferimenti biblici.

Proveniente dall’Asia minore, in particolare Libano e Turchia, è un albero ornamentale caratterizzato da un aspetto decisamente imponente e maestoso. Il legno di quest’albero è particolarmente rinomato sin dall’antichità sia perché massiccio e resistente, sia perché ricco di olio essenziale.

Oltre ad essere rappresentato nella bandiera del Libano, quest’albero ha assunto nel tempo un significato simbolico, soprattutto in ambito biblico.

Inoltre, questi alberi sono diventati simbolo di resistenza e longevità data la loro lunga vita. Ne esistono, infatti, anche esemplari millenari.

Questa conifera è un albero sempreverde in grado di raggiungere altezze decisamente considerevoli. Può crescere, infatti, fino ai 40 metri di altezza. In Libano si possono trovare gli esemplari più spettacolari tra questi alberi.

Il cedrus libani è facilmente riconoscibile sia per l’aspetto maestoso sia per lo sviluppo tortuoso dei rami. In particolare, si distingue la loro strana forma a candelabro, che sembra innalzarsi verso l’alto.

I frutti ottenuti da questo albero sono delle pigne dalla tipica consistenza legnosa, che disperdono poi i loro semi.

L’habitat tipico di quest’albero è quello della fascia montana a clima fresco. Anche in Italia possiamo trovare numerosi esemplari di cedri libanesi.

Il cedro libanese presenta molteplici proprietà. Ad esso si attribuiscono principalmente proprietà balsamicheespettoranti ed antisettiche.

A scopo ornamentale esistono anche delle versioni bonsai di questo maestoso albero, da tenere in casa o in giardino.

Il bonsai di cedro mantiene le foglie di inverno che sono aghiformi di color verde intenso, la corteccia di colore marrone scuro prima liscia poi fessurata con il passare del tempo, i cedri sono alberi ideali e particolarmente belli per la coltivazione a bonsai.

Rispondono bene a tutte le tecniche di coltivazione bonsai in particolare a quelle legate alla lavorazione della legna secca e modellazione con il filo. Il bonsai di cedro del libano ha una crescita lenta e quindi i risultati della coltivazione a bonsai si otterranno con il  tempo, ma applicando correttamente la tecnica dell’ Arte del Bonsai si potranno ottenere esemplari unici e bellissimi.



Il tronco del Cedro del Libano di Parco Massari a Ferrara







domenica 1 gennaio 2023

IL BONSAI DI ALBICOCCO

 Il bonsai di Albicocco Giapponese (Prunus mume) appartiene alle poche specie di bonsai che fioriscono già alla fine dell'inverno (a volte alla fine di gennaio). I bonsai di Prunus mume sono comuni in Giappone, ma molto rari in Europa. Il Prunus mume, originario della Cina meridionale, si trova ora principalmente in Giappone, Corea e Taiwan. In natura l'Albicocco Giapponese cresce nelle foreste fino a 3000m di altezza e cresce fino a 10m di altezza.

Brevi note sulla Cura dei bonsai di Albicocco Giapponese: Concimazione: Abbondanza di fertilizzante da marzo a settembre, Irrigazione: Ha bisogno di molta acqua, Svernamento: Tollera le temperature più basse nella  serra. Rinvaso: Rinvasare in un terreno bonsai ben drenato all'inizio di marzo.


Quando si utilizza del fertilizzante minerale, se ne applica uno ricco in azoto in primavera-estate. Dalla fine di agosto viene utilizzato uno contenente più potassio e fosforo. Poiché l'uso di fertilizzanti minerali comporta sempre il pericolo di un'eccessiva concimazione (ad esempio a causa di errori di calcolo durante la diluizione) o salinizzazione, si consiglia l'uso di fertilizzanti organici Bonsai.

Il fertilizzante per bonsai Biogold e l'Hanagokoro sono adatti e facili da usare. I fertilizzanti liquidi bonsai sono usati meno frequentemente per l'Albicocco Giapponese ma, nel caso, si può somministrare anche il doppio della quantità consigliata nella stagione di crescita.

I bonsai di Prunus mume non dovrebbero soffrire di carenza d'acqua in estate. In fatti, in tal caso, si svilupperebbero meno gemme o, in casi estremi, si potrebbe avere la loro perdita. In autunno e in inverno il bonsai deve solo essere annaffiato con parsimonia.

Esposizione in pieno sole. Solo in piena estate una leggera ombra può favorire lo sviluppo.

I bonsai di Prunus mume sono resistenti. In inverno, all'aperto, si scelga un luogo ombreggiato e protetto dal vento e si immerga il vaso in terreno o lo si copra con del pacciame. In caso di gelate protratte nel tempo, meglio evitare che i bonsai si asciughino coprendoli ad es. con un foglio di carta, che verrà rimosso immediatamente al termine del periodo di gelo.

I giovani bonsai di Prunus mume vengono rinvasati ogni 2-3 anni. Gli esemplari più adulti richiedono invece un ciclo di rinvaso ogni 4-5 anni. Il substrato deve essere ben permeabile. Il terreno bonsai Akadama si è dimostrato ottimale con l'Albicocco Giapponese.

Se i bonsai di Prunus mume non vengono potati regolarmente e vigorosamente, i rametti di Albicocco Giapponese bonsai diventano rapidamente deboli e muoiono. La ragione di ciò è probabilmente dovuta alla suscettibilità del bonsai di Prunus mume all'attacco fungino. Problemi del genere non occorrono con una potatura adeguata perché i bonsai di Albicocco Giapponese generano nuove gemme rapidamente.


Se si concimano i bonsai di Prunus mume con fertilizzanti ricchi in azoto, essi mostrano in estate regolarmente un'infestazione delle foglie da funghi (generalmente ruggini). Questa problematica può essere evitata applicando un antifungino specifico per ruggini a maggio e a giugno.


Una concimazione ricca di azoto può comportare anche un attacco da afidi. In caso di forte infestazione si rende necessario l'impiego di un insetticida specifico contro gli afidi; viceversa, possono essere rimossi abbastanza bene con una soluzione diluita di sapone. Si usino con estrema cautela pesticidi a base di paration o sostanze correlate! Dopo l'applicazione dell'insetticida può capitare che l'Albicocco Giapponese perda le foglie: fortunatamente, il Prunus mume bonsai  abbastanza bene dopo l'applicazione.

L'Albicocco Giapponese può essere propagato da semi. In tal caso, il seme deve essere stratificato e seminato in primavera. Poiché la stratificazione dei semi è complessa, la si sconsiglia. La resa dopo semina del Prunus mume bonsai è generalmente bassa e anche in condizioni ottimali raramente supera il 20%.

La propagazione per talea è possibile ma anch'essa non è facile. L'Albicocco Giapponese non forma facilmente radici. In sintesi, si consiglia di acquistare piante giovani in aziende specializzate. Il prezzo è di circa 10-15 euro e fa risparmiare parecchio fastidio e tempo.

Brevi note sulla Impostazione dei bonsai di Albicocco Giapponese: Filatura: I rami più vecchi si rompono facilmente - Attenzione durante la piegatura, Potatura: Lasciare sempre 2-3 gemme su un'estremità del ramo.

I rami dei Prunus mume bonsai si induriscono rapidamente e sono abbastanza fragili. Si presti attenzione durante l'applicazione del filo.

Il momento migliore per l'applicazione del filo è quando il ramo incomincia a diventare leggermente legnoso. A tal scopo, il filo va avvolto ad un angolo di 45° attorno al ramo e successivamente piegato lentamente e accuratamente nella posizione desiderata. I rami più robusti vengono abbassati delicatamente nella posizione desiderata tirandoli verso il basso con un filo molto sottile (è sufficiente un filo di alluminio da 1 mm).

L'Albicocco Giapponese bonsai fiorisce esclusivamente sui rami dell'anno precedente. Se si desidera avere molti fiori la primavera successiva, è importante tagliare i germogli subito dopo la fioritura. Essi possono essere successivamente ridotti nuovamente all'inizio dell'estate. Successivamente, a fine luglio, il bonsai può crescere senza potatura. Dopo la potatura primaverile (fino a 2-3 gemme), le gemme fogliari sviluppano germogli che non crescono così fortemente in assenza di potatura. Ciò significa che se un ramo si ispessisce rapidamente, è meglio non tagliarlo in primavera. Si tenga sempre presente che tali germogli possono invecchiare rapidamente e possono morire dopo pochi anni. I boccioli si sviluppano sui nuovi germogli a fine estate e autunno. Se i nuovi rami fossero tagliati in autunno, molti germogli di fiori verrebero a mancare nella primavera successiva.

Durante l'esecuzione della potatura primaverile, si consideri che le nuove gemme difficilmente spuntano dal legno vecchio. Ciò significa che si dovrebbero lasciare almeno 1, o meglio 2-3 gemme per ogni ramo. Si osservi da vicino se le gemme sono presenti sul ramo. Esse possono essere ben osservate se si pota poco dopo la fioritura e prima che spuntino le foglie. Più avanti nell'anno è molto più difficile osservarle. In caso di dubbio, si lasci qualche altro germoglio sul bonsai.

In questa fase è importante distinguere fra le "gemme da legno" (tipicamente allungate) dalle "gemme da fiore" (in genere, tondeggianti). Ovviamente per una fioritura più abbondante, si lascino un gran numero di ques'ultime.

Le gemme da legno di Prunus mume bonsai una volta ramificate diventano rapidamente spesse e dure. Per potarle, è preferibile usare una tronchese concava per bonsai rispetto ad una semplice forbice.

Un mastice per potature bonsai è utile per prevenire la penetrazione di patogeni fungini attraverso la superficie del taglio. Nel caso di potatura su più bonsai, si raccomanda una pulizia accurata degli strumenti da taglio per evitare il trasferimento di funghi patogeni da un bonsai all'altro.

L' Albicocco Giapponese bonsai può essere lavorato per un'ampia varietà di stili bonsai. I bonsai di Albicocco sono generalmente impostati in stile eretto informale o stile inclinato. Anche gli stili a semi-cascata (Han-Kengai), cascata (Kengai) o a doppio tronco (Sokan) e gemini tronco (Soju) sono possibili e adatti al Albicocco. Un’impostazione a scopa rovesciata è insolito e non ha un bell'aspetto.


Spesso, sono lavorati ed assumono forme poco convenzionali. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che i bonsai di Prunus mume sono particolarmente apprezzati per i loro fiori e la corteccia ruvida. Conseguentemente, il contrasto che si può apprezzare in un bonsai di Albicocco Giapponese fra corteccia scura e fiori bianchi alla fine dell'inverno lascia in secondo piano lo stile specifico assunto dalla pianta.

I vasi per bonsai smaltati sono l'ideale per i bonsai di Albicocco con i loro fiori. Trattandosi di bonsai da esterno resistenti alle temperature rigide, la cosa migliore è scegliere un vaso per bonsai fatto a mano che sia resistente al gelo. Secondo la nostra esperienza, i vasi per bonsai economici (realizzati per i bonsai da interno) sono resistenti al gelo quasi al 100%. Tuttavia, per questi vasi, non garantiamo la resistenza al gelo assoluta.

I vasi per bonsai non smaltati sono generalmente meno adatti, ma non sono da escludere. Se non sono smaltati, il colore dovrebbe essere scuro. Anche i vasi grigi non smaltati possono fare al caso nostro. Troverai vasi adatti ai bonsai da giardino giapponese più grandi al link Vasi grandi per bonsai.

I bonsai di Albicocco, con la loro chioma tondeggiante, si adattano molto bene a un vaso per bonsai ovale. Sono adatti anche vasi da bonsai rettangolari. Tra i vasi rettangolari, ne sceglieremo uno che abbia angoli leggermente arrotondati o possibilmente con piedini aggraziati. I vasi per bonsai più alti e rotondi sono particolarmente adatti per i bonsai di Albicocco impostati con lo stile semi-cascata o a cascata, mentre i vasi piatti e rotondi sono adatti allo stile litterati. I sottovasi non sono necessari perché i bonsai di Albicocco non dovrebbero essere tenuti in casa.

I fiori del Prunus mume bonsai sono, come specie, di colore bianco. Tuttavia, vi sono molte varietà che possono anche avere fiori rosa o rossi (es. Varietà Benichidori). Inoltre, poiché molti bonsai di Albicocco Giapponese hanno rami innestati, si possono avere fiori di colore diverso anche sullo stesso bonsai. Il Prunus mume Hibai (rosso) e Yabai (bianco, tipico della forma selvaggia), particolarmente noti in Giappone, hanno 5 petali. Molte altre varietà viceversa hanno un numero di petali significativamente maggiore. Esistono più di 100 varietà diverse. L' Albicocco Giapponese ha un odore gradevole e solitamente molto forte. I frutti, grandi 2-3 cm, maturano a luglio.

L'inizio della primavera è un ottimo momento per l'innesto di un Prunus mume bonsai.

I grandi frutti, di 2-3 cm, maturano a luglio. Se al momento della fioritura vi sono abbastanza insetti che impollinano i fiori, si formano anche frutti di bonsai di Albicocco Giapponese.

I bonsai di Prunus mume più vecchi hanno una corteccia spessa e frantumata e, in genere, molto legno morto. Spesso i tronchi si presentano scavati. I fiori, di colore da bianco a rosso e grandi 1-2 cm a seconda della specie o della varietà, formano un interessante contrasto con il tronco ed il legno morto. I rami morti, il tronco con corteccia frantumata o solcata sono del tutto normali in questa specie di bonsai di Albicocco Giapponese (Prunus mume).


Le radici solitamente non sono importanti nello stile dei bonsai di Albicocco Giapponese perché l'attenzione è rivolta prevalentemente ai fiori. Si noti che per questa specie di bonsai non si ha un miglioramento della struttura delle radici e/o un ingrossamento del tronco alla sua base (Nebari) mediante stratificazione aerea o metodo del laccio. Sottoposto a questi accorgimenti, il bonsai Prunus mume forma solo nuove radici di impatto estetico dubbio. La maggior parte dei bonsai di Albicocco Giapponese disponibili sono già molto vecchi, il che rende più difficile l'applicazione di queste tecniche per il miglioramento estetico delle radici. È preferibile provare a migliorare le radici nel corso degli anni durante le operazioni di rinvaso. Infatti, se vi è un buon numero di radici buone , le radici inadeguate possono essere rimosse o piegate in una posizione migliore.